Ci troviamo sulle rive del Lago Rukwa dietro alcuni cespugli e da una certa distanza di sicurezza alcuni cacciatori osservano interessati il comportamento di un branco di ippopotami intenti, come al solito, a trascorrere le torride ore pomeridiane immersi nelle acque tranquille e tiepide del lago. Erano presenti anche dei grossi bestioni sulla spiaggia: chi stava sdraiato, immobile, semisprofondato nel fango e chi stava ritto sulle tozze zampe guardandosi in giro con aria sonnolenta.

Ma non proprio tutto era immobile laggiù: se i cacciatori aguzzavano lo sguardo, potevano scorgere un certo movimento proprio sul corpo degli ippopotami: dal loro dorso si sollevavano, di tanto in tanto, piccoli gruppi di uccelli; sbattevano le ali, si tenevano un poco sollevati in aria e poi tornavano a posarsi su quelle enormi groppe simili a macigni.

Ma chi erano quegli strani uccelletti che avevano tanta confidenza con gli ippopotami? Erano le bùfaghe, le abili spazzine della pelle degli ippopotami, dei rinoceronti, dei bufali, delle giraffe e di tanti altri quadrupedi selvaggi. Questi uccelli si nutrono dei parassiti che si annidano numerosi sulla pelle di questi animali tormentandoli e procurando loro, di tanto in tanto, vere sofferenze.

Le bùfaghe, perciò, svolgono un utile lavoro, ed è per questo che i quadrupedi le lasciano “pascolare” sulle loro groppe. Esse saltellano sul loro dorso, si arrampicano sul capo, si spingono fin sotto il ventre standosene tranquillamente a testa in giù e frugano nella pelle rugosa alla ricerca di cibo. Ma perché, allora, le bùfaghe che stavano con questi ippopotami si agitavano così tanto?

Certamente avevano scorto i cacciatori appostati sulla riva e, da brave sentinelle alate, davano l’allarme al branco degli ippopotami.

Eccole, in questo istante, tutte in gruppo levarsi in volo lasciando soli i loro “compagni” di vita. Si tratta di un segnale di pericolo imminente. Pur senza rendersi conto del motivo, gli ippopotami videro l’avvertimento. Quelli che giacevano si alzarono faticosamente in piedi e tutti assieme scesero pigramente nell’acqua, con fare infastidito per la bella pennichella così malamente interrotta. Nuotando, tutto il branco si portò al largo finché trovò un banco di sabbia sul quale sostare; e gli ippopotami restarono là, col muso a fior d’acqua, guardandosi attorno sospettosi. Ma ormai più che timore era semplice curiosità perché, come tutti gli ippopotami, nell’acqua si sentivano completamente al sicuro.